RAV BRUNO G. POLACCO : LA BIOGRAFIA

Appartenente alla generazione nata dopo la prima guerra mondiale, Rav Bruno Polacco fu personaggio poco conosciuto nel panorama culturale ebraico italiano del Novecento. Schivo e riservato, dotato di un'eccezionale umanità, che lo fece sempre amare da parte dei suoi correligionari, nelle tre comunità ove rivestì la carica di vice-rabbino o di Rabbino Capo, Venezia, Ferrara e Livorno, egli coltivò, con severo impegno scientifico, oltre agli studi talmudici, gli studi storico-filologici, con l'intento di ampliare le nostre conoscenze della storia degli ebrei d'Italia, accumulando una larga messe di saggi e ricerche, che la sua modestia volle spesso lasciare inediti. Fu la sorte, del resto, che, per ragioni simili, toccò anche ai suoi copioni teatrali, scritti per la Compagnia del Circolo Ebraico Veneziano “Cuore e Concordia”, da lui stesso messi talora in scena, e nei quali cercò di ricostruire i più tipici ambienti ebraici, dalla shtetl centro-europea al hatzer veneziano, attraverso l'abilissima creazione di figure tradizionali del mondo ashkenazita o sefardita o mediante la ricostruzione dell'antica parlata del ghetto. Sono tutti testi che meriterebbero di essere conosciuti, per la profondità e il valore della ricerca, nel primo caso, per il sapore di veridicità e l'affidabilità della rievocazione, cui la serietà dello studioso offre le migliori garanzie, nel secondo: opere che qualificano la complessa fisionomia di un intellettuale, impegnato in una pluralità di direzioni, ma che non ha avuto, fino a ora, il giusto riconoscimento che gli spetta.

Bruno Polacco nacque il 23 dicembre 1917 ( 8 teveth 5678) a Cesenatico, dove la famiglia era stata costretta a rifugiarsi in seguito alla prima guerra mondiale. Rimasto orfano di madre ed essendo il padre richiamato alle armi, fu affidato alla zia paterna, che lo allevò come un figlio. La sua educazione e la sua formazione avvennero perciò a Venezia, a contatto, soprattutto, con l'ambiente del ghetto presso San Girolamo, dove le ataviche tradizioni sapevano ancora garantire l'antica solidarietà ebraica.

Dimostrata, fin dagli anni dell'adolescenza, una spiccata propensione per gli studi rabbinici, fu avviato e favorito in tal direzione dall'allora rabbino di Venezia Adolfo Ottolenghi z.l. Furono, per Rav Polacco, anni di fattiva partecipazione alla vita comunitaria, soprattutto nei centri giovanili e presso il Circolo Ebraico Veneziano, una delle istituzioni allora più importanti della Venezia ebraica.

Terminate le scuole superiori, passò al Collegio Rabbinico a Roma, dove, compagno di studi di Augusto Segre z.l., ebbe come docenti Umberto Cassuto z.l. e Dante Lattes z.l. e dove conseguì il titolo di maskil, prima di tornare definitivamente a Venezia, per assumere la carica di hazzan e per aiutare il proprio maestro Ottolenghi, affetto, negli ultimi anni della sua vita, da cecità. Riprese, così, i contatti con il Circolo Ebraico, e, stimolato dalla presenza di una filodrammatica attiva e applaudita, tentò la via del teatro dialettale, scrivendo, nel 1939, Quarant'anni fa, commedia nella quale riuscì a ricostruire, con grande abilità, la vecchia parlata del ghetto veneziano, i cui residui aveva ascoltato, da bambino, dalla bocca degli ultimi utenti della generazione a lui precedente.

Sfuggito alle persecuzioni razziali, riassunse la carica di hazzan e di vice rabbino, prima con Rav Relles z.l., poi con Rav Elio Toaff, che gli fu sincero amico, e si prodigò per la rinascita della Filodrammatica Ebraica Veneziana per la quale produsse alcuni nuovi copioni, rimasti inediti. Dapprima furono semplici canovacci, scritti in occasione della festa di Purim, come Scherzeto de mascare o I boresi del '700; poi il disegno si fece più ambizioso e portò alla stesura di due testi di notevole spessore: Giobbe, di cui è giunto a noi solo il primo atto, e, nel 1950, I due shnorrers, tratto dalla celebre opera di Zangwill.

L'attività teatrale e l'impegno come insegnante nella rinata scuola ebraica non fecero, tuttavia, trascurare gli studi biblici e talmudici. Conseguito, pertanto, il titolo rabbinico (suo maestro, amato e venerato, era intanto divenuto Rav Alfredo S. Toaff, rabbino di Livorno), assunse, nel 1953, la sua prima cattedra come Rabbino Capo a Ferrara, dove, dopo il matrimonio con Nella Fortis, rimase per sette anni, attivo nel risollevare le sorti della comunità che fu di Isacco Lampronti, ma dedicandosi anche a ricerche storiche e archivistiche. Tra i suoi studi, rimasti anche questi inediti, va ricordato un documentato saggio su L'Università degli uomini lusitani di Ferrara e un'ampia analisi su La comunità di Ferrara e il suo Talmud Tora dalle origini a Isacco Lampronti.

Nel 1960, quando il suo maestro Alfredo S. Toaff lo volle con sé, lasciò Ferrara e si trasferì a Livorno, dove, nel 1963, assunse la carica di Rabbino Capo, amato e stimato dai suoi correligionari. Continuò ad affiancare all'attività rabbinica il suo impegno in studi linguistici e filologici, ponendo, tra l'altro, mano a un dizionario della lingua ebraica, del quale restano i lemmi delle prime due lettere, e pubblicò uno studio su Abravanello Giudeo. Numerose le altre opere alle quali stava attendendo, quando la morte lo colse immaturamente all'età di soli cinquanta anni. Era il 29 di nissan 5727.

(Tratto da: Umberto Fortis, Il ghetto in scena, Roma, Carucci, 1989, con tagli)


martedì 26 settembre 2017

KIPPUR 1955 ( 26 settembre) – 5716, di Rav Bruno G.Polacco. zl

KIPPUR 1955 ( 26 settembre) – 5716

Trascrizione degli appunti manoscritti per il discorso di Rav Bruno G.Polacco,zl,nel Tempio di Ferrara.

Intervento molto sionistico ed esplicitamente invitante all'azione unita alla preghiera, con spunto da un messaggio del Rabbino Capo d'Israele Rav Herzog. Forti riferimenti all'attualità della vita dello Stato d'Israele e al problema degli ebrei nordafricani sottoposti  persecuzioni e pericoli. Se lo stile è tipico dei tempi, il messaggio appare comunque piuttosto concreto.Non tutti i termini in ebraico sono stati riportati.

שלחו מתם

"Hanno mandato a dire di là". Memore di questa concisa espressione che, fin dai lontani tempi in cui – per nostra disgrazia – ebbe inizio la Diaspora ricorre soventemente nel dialogo dei talmudisti a significare che ogni insegnamento proveniente da Erez Israel non solo dev'essere oggetto di attento studio, ma deve assurgere  a norma ispiratrice  e regolatrice della vita del nostro popolo, ritengo indicato nella giornata purificatrice che ci apprestiamo  ad iniziare,leggere e commentare – non tanto nel suo aspetto sionistico che non richiede commento, quanto nel significato etico-religioso che lo permea – il messaggio che in occasione dei "giorni penitenziali" il Rabbino Primate d'Israele, Rav Herzog, ha inviato ai Rabbini e Capi delle Comunità italiane.

(messaggio)

Come ho detto poc'anzi, l'aspetto sionistico del messaggio non richiede commento : è chiarissimo! Lo Stato ebraico, nella terra che Dio ha dato in retaggio ai nostri padri e ai loro discendenti è oggi una realtà meravigliosa e tangibile di cui per volontà dell'Altissimo beneficiamo e che, se vorremo e sapremo conservare si perpetuerà; il paese per eccellenza, unico sicuro ricetto in cui la nostra gente potrà guardare con fiduciosa speranza all'avvenire, fecondato dall'ebraico lavoro tornerà a stillare latte e miele come in antico.

Quello che invece va approfondito è un concetto appena accennato eppure sempre affiorante nelle parole di Rav Herzog – che si riallaccia alla più pura tradizione ebraica  : il concetto della pietà , della misericordia, dell'umana solidarietà che sempre deve ispirare  il pensiero e l'opera dell'uomo ebreo. Rav Herzog, da Rabbino strettamente osservante, nel rivolgersi al Rabbinato e ai preposti amministrativi dell'Ebraismo italiano non poteva limitarsi a parlare dell'ideale nazionale e della ricostruzione materiale di Erz Israel.

Indirizzandosi  a noi, doveva richiamarsi a quel dovere religioso-morale che per prima la Torà insegnò  al mondo e i Rabbini non esitarono a dichiarare il fulcro di essa : l'altruismo.

Infatti narra il Talmud che Illel, il dotto ebreo di origine babilonese dai piedi piatti e dal cranio quadrato,a un gentile che faceva dipendere la propria conversione all'ebraismo dalla possibilità di imparare tutta la Torà nel breve lasso di tempo in cui avrebbe potuto reggersi su di un solo piede,rispose : "Ama per il tuo prossimo ciò che ameresti per te stesso. Questa è tutta la Torà; il resto è commento. Va e studia".

Nel loro pittoresco linguaggio, i talmudisti affermano ( frase in ebraico – ndr) : "ciò che dà sapore a un intero piatto di verdure è un piccolo granellino di pepe forte" e Rav Herzog ricalcando il loro stile linguistico con una frase incastonata nel testo del suo messaggio  dice : " la misericordia è concessa a coloro che sono misericordiosi" come a dire; lo Stato è risorto ,la ricostruzione è in atto , ma se questo sublime precetto d'amore non fosse stato continuamente  e generosamente applicato, lo Stato sarebbe ancora un nostalgico sogno  bi millenario e la resurrezione dell'Ishuv una chimera!

I risultati brillanti ed affascinanti conseguiti fino ad oggi sono si dovuti alla meravigliosa opera dei nostri pionieri, ma – rammentiamocelo sempre – se quest'opera non fosse stata appoggiata dalla vostra solidarietà, l'avverarsi della nostra tenace speranza sarebbe ancora ben lontana .

Attuando il Divino precetto dell'amore per il prossimo siete dunque partecipi – come lo furono ai tempi di Ezra  coloro che rimasero in Babilonia ma aiutarono  i loro fratelli rientrati in Patria – della resurrezione della nostra terra.

Continuate dunque a praticare a profusione questa mizvà (precetto – ndr) sì da poterne godere a vostra volta  i benefici qualora ce ne sia bisogno.

Questo, il concetto da approfondire di cui è pregno tutto il messaggio del Gran Rabbino israeliano.

Ma non è questo il solo elemento degno di nota.

Affiorano anche altri elementi umano-religiosi  che si affiancano al tema principale della dedizione altruistica per il prossimo.

Per brevità ne accenno tre :

-          Il rispetto della dignità umana che non consente – poiché l'uomo è creato in assomiglianza a Dio – di infliggere a chi necessita del nostro aiuto , umiliazione alcuna che degrada la personalità umana  e offende Colui che l'ha creata. Per questo, concezione assolutamente ebraica, l'oblazione è denominata  צדקה "zedakà" , atto di giustizia , doveroso gesto di solidarietà che compie chi è favorito dalla sorte con chi non lo è. Fulgidi esempi di sublime pietà  pullulano nei testi tradizionali. Basti citarne uno,arcinoto, quello dato da Rav Chasdà che per non causare vergogna ai poveri della sua città appendeva dietro alle spalle una borsa piena di monete ed essi liberamente attingevano. Impoveritosi a lungo andare gli fu resa מצוה מצוה כנגד  

Fu trattato con pari rispetto, perché i conoscenti che lo vedevano passare lo richiamavano e porgendogli delle monete gli dicevano che erano cadute dalle sue tasche;

-          Il premio conseguente al gesto compiuto : chi aiuta il prossimo si premunisce dell'immancabile aiuto di cui potrà avere bisogno e si assicura in pari tempo la benedizione dell'Eterno;

-          L'intenzionale ed istretta connessione del messaggio e del suo contenuto con le ricorrenze che cadono nel mese di Tishrì- chiamato anche "Yerach ha- Etanim " (ndr- periodo dei Saldi, dei Patriarchi) poichè in esso hanno avuto i natali i 3 Patriarchi che si distinsero per la pietà che ispirò la loro vita- e in particolare Rosh ha-shanà e Chipur , le giornate cioè in cui eleviamo fervide le preghiere penitenziali al Padrone dell'Universo per implorare la remissione delle nostre colpe.Non a caso Rav Herzog ha scelto questo periodo di intensa attività spirituale e di interiore travaglio per invocare col suo appello  la nostra fraterna solidarietà.

Lo Stato israeliano ha bisogno di essere sostenuto  e potenziato nell'opera di ricostruzione e di difesa dai nemici che lo attorniano, un nuovo grande problema , di ora in ora,diventa tragicamente pressante : 40.000 ebrei nordafricani devono essere portati in salvo prima che gran parte di essi subisca ulteriori persecuzioni e il numero già forte delle vittime aumenti.

Tre sono i mezzi che insieme concorrono ad assicurare il perdono : la "teshuvà", il pentimento ; la "tefillà",la preghiera; la "zedakà", la beneficenza e con le parole del suo messaggio egli suggerisce di accompagnare al pentimento e alle preghiere di queste impegnative giornate cospicue elargizioni che creino meriti valevoli ad ottenere l'invocato perdono.

Ascoltate signori questa voce autorevole che viene dalla terra avita e rammentando che anche voi in tempi non lontani siete stati costretti a vagare in cerca di un rifugio e a dover ricorrere all'aiuto altrui,elevate a norma abituale l'adempimento del precetto di amare per il prossimo ciò che amereste per voi stessi, perché alla fine del digiuno che abbiamo iniziato alta risuoni la voce profetica che annuncia in nome dell'Eterno il perdono ad Israele :

הבן יקיר לי אפרים אם ילד שעשעים כי מדי דברי בו זכר אזכרנו עוד על כן המו מעי לו רחם א‍רחמנו נאם יהוה

"Efraim è per me un caro figlioletto; un bimbo delizioso; fin da quando parlai con lui l'ho sempre nel cuore;per lui si commuovono le mie viscere : del tutto lo racconsolerò, dice l'Eterno, amèn!"


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martedì 19 settembre 2017

ROSH HA-SHANA' (Capodanno Ebraico) 5727-1966 : bozza del discorso per la ricorrenza di Rav Bruno G. Polacco,zl

Bozza del testo usato per il discorso di Rosh Ha-shanà 5727 (1966), tenuto quindi nel Tempio di Livorno. Non è stata trovata una "bella copia" o "versione definitiva" che dir si voglia e forse questa è l'unica versione,definita poi a voce, del testo. Una testimonianza in originale di come si preparavano,in tempi nei quali i computer non consentivano facili correzioni e variazioni, gli interventi.

lunedì 14 agosto 2017

"LA LEGGENDA DEL KADDISH" e "DEL SCEMAGN", autore Aldo Polacco,zl


Tra le carte di Rav Bruno G. Polacco,zl,vi sono questi due scritti, a firma Aldo Polacco,zl. Al momento , sperando di saperne qualcosa di più dopo qualche ricerca,non è dato sapere chi fosse e cosa facesse. Questi testi,lasciati in copia come sono stati scritti,costituiscono comunque  uno spaccato del tempo e del linguaggio,anche nella terminologia ebraica,tradizionale dell'ebraismo italiano. Nella loro semplicità e nel sentimento che emanano non sono affatto banali e denotano una certa preparazione ebraica. La data del secondo scritot ci riporta al 1929 : il riferimento al Maestro di "qualche anno fa quando ero un ragazzo" potrebbe,ipotesi non confortata da alcun riscontro oggettivo,a Rav Moisè Coen Porto, כהן פורטו, משה בן מנדולין, che il sito www.rabbini.it ci dice essere nato "a Venezia il 24.06.1834. Riceve il titolo rabbinico "Semikhà" al Collegio Rabbinico di Padova nel 1855. Diviene Rabbino di Venezia dal 1876 al 1918. Muore a Mantova, 9.12.1918"



venerdì 28 luglio 2017

IL 9 DI AV E LA LITURGIA EBRAICA

Il testo non è datato ma,da alcuni riferimenti che contiene, è riconducibile al 1957, quindi nel periodo di rabbinato a Ferrara. Non è chiaro quale ne sia stato l'utilizzo : il fatto che riporti un titolo potrebbe indicare che fosse per un articolo o,forse,per una conversazione radio. Non parrebbe un discorso "da Sinagoga"  in quanto tutti i termini ebraici sono stati riportati in italiano : ulteriormente, i suoi testi da leggere in Sinagoga recano generalmente non un titolo vero e proprio ma l'indicazione della ricorrenza e l'anno.Per certi versi,anche nello stile,appare un tenero  ricordo che,in particolare per gli accenni a Brustolon e Longhena, porta a Venezia.Anche lo stile, più "antico" si differenzia dagli altri interventi ad oggi trascritti ma le basi della visione ebraica del lutto unito alla fede per il ritorno alla vita e alla felicità , unitamente allo spirito sionista , emergono chiaramente anche in una visione di ottimismo nel constatare la rinascita dello Stato d'Israele "risorto dal sacrificio di milioni e milioni dei suoi morti e dal volere dei suoi figli attuali" . Il testo è stato trascritto fedelmente,sempre possibili sviste o ,comunque assai marginali,errori di trascrizione.


“IL 9 DI AV E LA LITURGIA EBRAICA”

Il 9 del mese di Av dell'anno ebraico 3830, corrispondente al 70° dell'E.V. - di domenica secondo una tradizione riportata nel Talmud - , sulle rovine di Gerusalemme riverberate dai bagliori di un immane braciere, si ripercuotevano frammisti : il sinistro fragore di un terribile crollo, il grido d'angoscia di migliaia di creature umane e la melodia di un salmo all'improvviso troncata.

Il più triste tra gli infausti presagi che la fantasia popolare di quel tragico periodo della storia ebraica avesse creato, la visione cioè del Tempio circondato da un cupo alone di luce foriera di calamità,si era fatalmente avverato.

Distrutto dall'incendio che il tizzone di un attaccante romano aveva irrimediabilmente scatenato,il Santuario del Dio Unico sprofondava in un mare di fumo e di fiamme, rinchiudendo in una tomba di incandescenti macerie gli ultimi eroici difensori dell'indipendenza ebraica che in esso si erano asserragliati, nel vano tentativo di resistere alle quattro poderose legioni comandate da Tito e rispettivamente guidate da Petilio Ceriale, Traiano, Tario Puso e Tullio Furio.

Perivano uomini giovani e vecchi, donne e bambini e, con essi, in volontario supremo sacrificio, schiere e schiere di solerti Sacerdoti e Leviti cantori, incapaci di sopravvivere alla distruzione del Santuario e alla cessazione di quei riti suggestivi la cui celebrazione era stata affidata dall'Eterno in retaggio ai discendenti di Aronne o ai membri delle Tribù di Levi.

La punizione che l'onniscienza di Dio aveva preconizzato nella legge del Sinai per l'infedeltà del suo popolo e i Profeti incessantemente annunciato, si stava compiendo.

Il fulcro della vita religiosa e spirituale di Israele, crollava : l'indipendenza era perduta e, mentre Roma glorificava la guerra vittoriosa con cui Tito aveva privato della libertà un piccolo ma indomito popolo, imprimendo nelle sue monete l'orgogliosa affermazione “Judaea capta Judaea devicta”, già si profilava il processo di sfacimento della nazione che avrebbe frazionato e disperso durante 20 secoli il popolo ebraico.

“Giusto sei Tu o Signore e ineccepibile è la Tua sentenza! “

Insensibile all'instancabile voce ammonitrice delle sue guide spirituali, Israele aveva peccato ed era giusto scontasse i suoi trascorsi. Ma l'espiazione della colpa, per quanto giusta e meritata, non si sarebbe protratta all'infinito nel tempo!

Si, Roma eternava nel metallo il ricordo della sua nuova conquista e premiava con gli onori del trionfo il trentenne condottiero che l'aveva attuata; avvinti in catene al carro trionfale del vincitore, gruppi di valorosi combattenti ebrei – e con essi i simboli del Culto : il candelabro a sette fiamme e la tavola dei pani di presentazione – percorrevano le strade dell'Urbe in umiliante corteo; a vile prezzo innumerevoli Ebrei, i più giovani e i più belli, venivano venduti schiavi in tutte le provincie dell'Impero romano o morivano negli anfiteatri per divertire plebi crudeli; gli esilj si succedevano agli esilj e l'età della più lunga passione che popolo abbia sofferto incominciava.

Ma tutto ciò non sarebbe durato eternamente : la giustizia dell'Eterno , compiutamente perfetta, garantiva che la pena sarebbe stata proporzionata alla colpa e all'espiazione avrebbe fatto seguito il perdono.



Quindi, per quanto gravemente colpito dalla catastrofe politica e minacciato dalla dispersione che i suoi Dottori prevedevano, il popolo ebraico non chinò il capo rassegnandosi alla perenne perdita della patria né rinunciò definitivamente ai suoi ideali nazionali.

Fiaccato nel corpo ma non nello spirito, guidato dalla lungimirante sapienza dei suoi Maestri che, nella conservazione del patrimonio spirituale degli Avi, vedevano il mezzo più idoneo a mantenere intatta, nello spazio e nel tempo, l'unità della nazione e, in pari tempo, la fonte della sua futura resurrezione politica, Israele trovò la forza per reagire e rifugiarsi in un baluardo che si sarebbe dimostrato inespugnabile perfino al bimillenario martirio : la Torà, dietro il quale attendere il giorno – vicino o lontano – in cui avrebbe ricostruito lo Stato e riedificato il Santuario.

Lo Eterno, per bocca di Ezechiele aveva pur annunciato :

“ Eccomi ! Io stesso chiederò ragione delle mie pecore e le ricercherò. Così, come il pastore va in cerca del suo gregge il giorno in cui si trovi in mezzo alle sue pecore disperse, io andrò in cerca delle mie pecore e le trarrò da tutti i luoghi dove sono state sparse in un giorno di nuvole e tenebre. Le trarrò di fra i popoli e le radunerò dai diversi paesi; le ricondurrò sul loro suolo e le pascerò sui monti d'Israele; lungo i ruscelli e in tutti i luoghi abitati del paese”.

Fu così che Israele,confortato da questo e da innumerevoli altri vaticini profetici che annunciavano la futura restaurazione politica e cultuale della nazione, riesumò il giuramento che i suoi figli, deportati da Nabucodonosor in Babilonia dopo la caduta del I° Stato ebraico  e la distruzione  del Tempio di Salomone avvenuta il 9 Av del 586 a. l'E.V., avevano solennemente pronunciato .

“Se ti dimentico o Gerusalemme , possa l'Eterno obliare la mia destra! “, avevano esclamato gli esuli di Giudea, appendendo le cetre  ai salici dell'Eufrate!

E i loro discendenti, animati da pari amore per la Città Santa, fermamente decisi ad inserirne il ricordo in tutti i loro pensieri e in ogni loro azione, rinnovarono il voto! E' così che da allora il ricordo di Sion,inestinguibile simbolo della patria e della religione,accompagna il popolo ebraico nel suo martoriato cammino sulle strade di tutto il mondo ed è costantemente mantenuto vivo in ogni contingenza, gioiosa o triste, pubblica o privata della sua vita civile e cultuale, da particolari usanze cui la tradizione ha conferito valore ed importanza precettuale.

Di tali consuetudini, mai rimaste inadempiute nel corso dei secoli, per quanto riguarda quelle a carattere civile, nelle conversazioni radio sul 9 di Av  degli anni scorsi è già stato fatto largo cenno; non così invece per quelle sinagogali ,per cui anziché incorrere in una ripetizione, mi sembra opportuno soffermarmi d illustrare, sia pure per sommi capi,quest'ultime nella forma che assumono nel corso dei riti celebrativi di questa luttuosa giornata. Ovunque abbia sede una collettività ebraica, piccola o grande, di rito italiano, ashchenazita o spagnolo, nelle Sinagoghe spoglie d'ogni preziosa suppellettile , siano esse modesti Oratori sguarniti d'ogni artistico pregio o, com'è da noi in Italia, stupendi edifici cui l'insuperabile arte di sommi artisti- quali ad esempio il Brustolon e il Longhena – abbia donato splendore, la sera in cui ha inizio il digiuno di Tish'à be-av e il mattino successivo , si svolgono riti pieni di mestizia e dolore.

Spento ogni lume, perfino la lampada che perennemente arde dinanzi all'Arca in cui si custodiscono i sacri rotoli del Pentateuco, quando occorre alla tremula luce di esili candele, i Figli di Sion in esilio si chinano in pianto sui formulari di preghiera.

Risuonano tristi antiche melodie e nel canto degli ufficianti,ora alte ora accennate,ritornano con nitida chiarezza illustre figure ed avvenimenti ferali di un remoto o più recente passato.

Dalle “Lamentazioni” ,risorge Geremia , il Veggente di Anathoth. Testimone oculare del disastro che investe la metropoli ebraica, con incomparabile eloquenza e tremendo realismo, egli descrive le devastazioni, gli eccidi e le deportazioni massive a cui ha assistito; con virile coraggio  ne indica le cause e in disperato sconforto si strugge per non poterle recare consolazione alcuna : “ Cosa posso a te comparare, a te paragonare o Figlia di Gerusalemme! Cosa posso uguagliare a te, si da porgerti conforto o vergine Figlia di Sion! “  (Lamentazioni).

Da un Pentateuco abbrunato, privo d'ogni ornamento di argento o seta, rivive Mosè che ammonisce Israele sulle sue colpe future e chiamando a testimoni il cielo e la terra, gli predice:
“Vi disperderà il Signore fra i popoli e rimarrete in piccolo numero fra le nazioni in cui Egli vi avrà trasportati” (Deuter.4,27).

E all'Arciprofeta e al “Profeta del dolore”, fa corte e s'accompagna una nobile schiera di poeti sinagogali : Jehudà ha-Levì, David ha-Levì Chazaq, Avraham ben Meir Chazaq e innumerevoli altri anche ignoti, che evocano con mirabili concetti in prosa e in poesia le gravissime sciagure accadute in questa funesta giornata e, risalendo nelle ere, gli ebraici mali della loro epoca che ne sono la prosecuzione : la distruzione del I° e del II° Tempio, la rovina dello Stato, le persecuzioni di Domiziano, Traiano e Adriano; la rivolta di Barcohbà e la resa di Bethar; il martirio affrontato da Rabbì Aqibà e dei suoi illustri colleghi per non venir meno alla loro missione di Maestri della sacra Legge ; e via dicendo, fino all'espulsione dalla Spagna e dal Portogallo.

Un'interminabile rassegna delle sofferenze ebraiche nei secoli, comunque incompleta,che congiunta al digiuno più stretto  immerge per ore ed ore gli Ebrei nei patimenti spirituali e corporali più profondi.

Sino al momento in cui – secondo la tradizione l'una dopo il mezzogiorno – il fuoco cessò la sua opera demolitrice, lasciando in piedi il muro occidentale del Santuario che divenne poi la meta aspirata e sospirata d'ogni pellegrinaggio in Terra Santa della nostra gente; il rudere dinanzi al quale, col pensiero e col corpo, s'inchinano reverenti da secoli e secoli i Figli d'Israele.

Cessano allora i lamenti , si spengono i canti elegiaci e il cocente dolore  che ha lungamente prostrato gli animi si placa . Nel volgere del tempo si trasforma in rassegnazione : “Dio dà, Dio toglie, sia sempre benedetto il Suo Nome” e dalla rassegnazione affiora l'incrollabile certezza che il popolo peccatore otterrà il divino perdono e godrà il beneficio di due grandi prodigi : la riconquista della perduta sovranità e la riedificazione della Casa di Dio.

Si sono compiute le profezie che annunciavano la rovina di Israele, si avvereranno quelle che predicono la redenzione delle sue colpe,la sua rinascita politica e la ricostruzione del Santuario!

E' ormai sera,i Templi si rivestono di preziosi arredi; gli uomini ebrei indossano i paramenti di rito che al mattino avevano riposto in segno di lutto e fra le luci gioiose che illuminano a festa le Sinagoghe, torna a risplendere la lampada dell'Arca.

Non più ammonitrice ma consolatrice,la voce del Legislatore che proclama al popolo di Israele la longanimità dell'Eterno,risuona da un Pentateuco sfarzosamente adornato.

Gli rispondono Osea e Isaia, pronunciando solenni promesse in nome dell'Altissimo :
“Guarirò la loro caparbietà, ritornerà loro il mio amore, poiché si è estinto il mio sdegno (Osea,14,5), annuncia l'uno; e l'altro conferma e precisa : “Allo stesso modo che un uomo è consolato da sua madre, così io vi consolerò e in Gerusalemme sarete racconsolati “ (Isaia, 66,13).

In queste autorevoli premesse che pongono fine alle cerimonie del “ V° digiuno” ( così viene appellato dai Ritualisti il digiuno del 9 Av, a motivo che cade cronologicamente nel
5° mese dell'anno lunare ebraico), il popolo ebraico ha fermamente creduto per 1887 anni ed oggi che ha espiato le sue colpe e lo Stato, risorto dal sacrificio di milioni e milioni dei suoi morti e dal volere dei suoi figli attuali è una miracolosa e tangibile realtà, con inestinguibile fede attende il compiersi del secondo prodigio.

Risorga dunque il Santuario dalle sue rovine, diventi secondo l'intenzione del Re sapiente che per primo lo aveva costruito Casa di preghiera per tutte le genti e da esso, presto e per sempre,s'innalzi e s'espanda nell'immensità dei cieli la prece dei popoli affratellati nel Culto dell'Eterno.
 

domenica 28 maggio 2017

SHAVUOTH ,LA FESTA DELLE PRIMIZIE. IL BOSSOLO DEL K.K., FONDO PERMANENTE PER ISRAELE

Il testo non è datato e non viene indicato dove sia stato utilizzato : forse il riferimento all'iniziativa del KKL e a quello che pare l'arrivo del bossolo (molto più antico comunque degli anni 50'/60' del secolo scorso) potrebbe essere utile indizio per collocare temporalmente il documento.

ועשית חג שבעות ליהוה אלהיך
Devarim, 16:10
Con tali parole, la Torà ci prescrive l'osservanza del precetto di festeggiare la ricorrenza di Shavu'oth e se ci provassimo a definire il valore di questa importantissima celebrazione,non potremmo definirla meglio dell'appellativo per essa usato dalla stessa Torà : Chag ha-biccurim - giorno delle primizie.
Con Shavu'oth infatti noi celebriamo i due elementi più necessari alla vita dell'ebreo : le primizie della terra e le primizie della morale; quei due elementi cioè che nella storia del nostro popolo si congiungono per glorificare sia l'opera di Dio che quella dell'uomo.
Israele, nella storia è riuscito a riunire la terra col cielo e celebrando in Shavu'oth le primizie di ambedue, celebra contemporaneamente la benedizione che esse gli apportano.
Fu in questa festività infatti che Israele ricevette dal Cielo quella morale che in seguito estese a tutta l'Umanità , e con la quale per primo insegnò al mondo quel comandamento del Sinai che impone di amare per il prossimo ciò che ameremmo per noi stessi e che il sommo Hillel definì il cardine dell'intera Torà.

L'Ebraismo, fin dalle sue lontanissime origini abituò il suo spirito e il suo cuore ad amare la natura quale strumento della divina creazione ed è naturale quindi che per tributare alla Provvidenza che la guida il dovuto onore abbia impresso alle sue festività anche carattere agricolo.
Quando Israele abitava nella sua terr- terra stillante latte e miele - e col suo lavoro la rendeva ubertosa traendone abbondanti frutti, l'elemento natura si rafforzò talmente nello spirito del popolo che il significato agricolo della festa di Shavu'oth assunse a grandissima importanza nel quadro delle celebrazioni intese a tributare lode e ringraziamento a Dio che non solo aveva concesso al Popolo eletto la primizia della Morale, ma con i prodotti del suolo gli elargiva anche la sua benedizione.
Ecco perchè i nostri antichi in questa bella e lieta giornata, si recavano al Tempio di Salomone recando con sè i primi ricavati del loro lavoro offrendoli a Dio a testimonianza  della gratitudine che provavano per il ben ricevuto.
Il ricordo delle cerimonie fastose  che si svolgevano in Gerusalemme  nella giornata del "mattàn Torà", "della Rivelazione della Legge", formano l'argomento di un intero trattato talmudicoi, il trattato di "biccurim","primizie", e in esso si descrivono queste cerimonie fin dal momento in cui nelle varie città di Giudea si formavano i cortei di carri colmi di frutta e fiori che, fra la letizia e le danze popolari,si avviavano in lunghe colonne alla città eterna, dove in una grandissima assemblea di lavoratori agricoli venivano offerti a Dio in nome di tutta la Nazione.
Quando Israele abbandonò la sua terra, il significato della ricorrenza di Shavuìoth  forzatamente si restrinse al "mattàn Torà" -"giorno della Rivelazione", ma l'antico rito campestre  non fu dimenticato.
Quantunque disperso e ramingo tra i popoli,Israele non obliò la generosa terra dei Padri  e i suoi prodotti : nell'intimità delle sue case e dei suoi Templi trasformati per l'occasione in olezzanti serre di fiori, coltivò l'inesausta speranza del ritorno a quella vita e a quel suolo.
Oggi, la speranza - sublime e incredibile miracolo al quale immeritatamente assistiamo - si è trasformata in tangibile raltà.
Israele ha ripreso contatto con la sua terra e la rende nuovamente ubertosa col lavoro e il sacrificio.
Shavu'oth è ritornata ad essere la festa delle primizie, la festa della Morale e della terra.
Le antiche abitudini riprendono vigore e col ritorno alla terra l'uomo ebreo torna ad offrire le primizie del suolo patrio a quell'istituzione che per il carattere sacro che ha acquisito in anni ed anni di benemerita e santa opera sostituisce in questa funzione il Santuario : il K.K., il Fondo Nazionale che riscatta la terra avita palmo a palmo e la restituisce redenta al popolo d'Israele perchè su di essa si ricostituisca una società civile e laboriosa basata sulla Morale ricevuta dal Sinai.
Oggi, signori, poco prima di entrare in mo'ed (festività - ndr) il Direttore per l'Italia del K.K. mi ha scritto una lettera in cui, con riferimento al significato di Shavu'oth e in occasione di Shavu'oth, mi chiede di istituire anche nella nostra Comunità la "giornata delle primizie" consegnando ad ogni contribuente un bossolo del K.K.
Certo del vostro assenso, ho aderito con entusiamo poichè in quel piccolo bossolo è custodito il legame che ognuno di noi ha con lo Stato ebraico e quanto in esso verseremo rappresenterà la primizia che di anno in anno offriremo alla ricostruzione della terra d'Israele.
E sia questa degna maniera di festeggiare Shavu'oth non solo il mezzo di riedificazione morale e materiale per il nostro popolo, ma in pari tempo fonte di benedizione per tutta la nostra Comunità che così comparirà simbolicamente dinanzi al Santuario di Dio secondo quanto è comandato, e godrà completamente del bircat mo'adim lemichà ( benedizione di feste in felicità - ndr) che io auspico per tutti noi di cuori, amen cken ieì razon ( così sia la volontà).

martedì 25 aprile 2017

PESACH 5725 (Pasqua Ebraica 1965)

Trascrizione di un testo redatto da Rav Bruno G. Polacco (z.l.), Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Livorno, presumibilmente per un intervento al Tempio Maggiore in occasione di Pesach.

Non sono state riportate le citazioni in ebraico, comunque riprese anche in italiano.

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Nessun avvenimento storico-religioso, fra i molti che arricchiscono la nostra storia, ha mai influenzato la vita sociale religiosa, morale e giuridica d’Israele, quanto l’evento che da millenni indichiamo col nome di Pesach (Pasqua), o con le espressioni di “uscita dall’Egitto”,”festa delle azzime”, oppure “epoca della nostra indipendenza”.
Nella Torà, in cui ha pieno valore di “precetto affermativo”, il dovere di rimembrare oltreché di celebrare di anno in anno in forma degna i fatti che,nel loro complesso,resero possibile l’esodo di un intero popolo dal paese in cui aveva trascorso 430 anni di durissima schiavitù, è più volte enunciato e ciò prova  in modo probante l’importanza e l’influenza che l’evento ha esercitato in ogni settore del pensiero ebraico.
Non poche sono infatti le mitzvot (precetti ,ndr) che ad esso esplicitamente si ispiranoo addirittura da esso traggono origine.

Vedasi ad esempio, tanto per citarne alcune : in Shemoth (Esodo-ndr), agli effetti dell’enunciazione e della prescrizione del monoteismo assoluto che dovranno praticare gli Ebrei,nel comandamento, Dio collega questo tipo di culto che esige dal suo popolo con l’Uscita dall’Egitto; e in Devarim (Deuteronomio-ndr), dove il Decalogo è ripetuto con lievi varianti, il ricordo dell’epico evento è strettamente connesso al precetto dell’osservanza del sabato; le stesse festività di Shavuoth e di Succot – che con Pesach formano il trio delle ricorrenze gioiose dette i “tre pellegrinaggi” perché in esse ogni ebreo aveva l’obbligo di presentarsi al Tempio di Gerusalemme ed ivi esternare la sua letizia – e le mitzvot (precetti – ndr) dei tefillin (filatteri) e dello zizit (al plurale ziziot ,le quattro frange che si trovano agli angoli del talit,il “manto da preghiera” – ndr), tutte si richiamano al “ricordo dell’esodo dall’Egitto” ; un’ultima ne citiamo,il cui elevatissimo valore morale, e sociale, non ha bisogno di commento tanto è evidente : la prescrizione di rispettare il forestiero che viva im ambiente ebraico,perché, dice la Torà “voi che siete stati forestieri in terra d’Egitto,conoscete lo stato d’animo del forestiero”.

E come un eco fedele, ininterrotto e concorde, alle norme della Legge, il pensiero dei Maestri che ricevettero la Torà dai successori di Mosè e gelosamente la conservarono immutata nella lettera e nello spirito, sottolinea l’importanza dell’evento pasquale e la influenza da esso esercitata su tutto lo svolgimento della vita ebraica nel decorso dei secoli,caldamente perorandone il perenne ricordo.
Dice la Torà (Deuteronomio XVI°,3) : Affinchè tu ricordi il giorno della tua uscita dal paese d’Egitto, tutti i giorni della tua vita”, ed essi, i Dottori della Legge, gli interpreti per antonomasia  del Verbo divino, i minuziosi indagatori del testo biblico perennemente intenti ad acquistarne una sempre più vasta cognizione,accademicamente osservano : - Nel versetto in esame la parola “tutti”, appare superflua  in quanto anche se omessa dal contesto, il senso della frase non ne verrebbe minimamente a risentire; ma poiché la Torà non indulge al pleonasmo e in essa nemmeno una sola lettera è ridondante, l’inserimento di questa parola deve avere un ben determinato fine, Un fine ovviamente educativo, visto che la Torà ha funzione eminentemente educativa : quindi, un insegnamento; implicito, perché espresso tramite un “remez”, cioè a dire un accenno fugace, diretto a coloro che essendo colti , sono in grado di afferrarlo e di illustrarlo a chi sia meno edotto di loro. E quale è,dunque,questo insegnamento? L’insegnamento è questo, chiosano i Dottori - : “Se la Torà avesse detto semplicemente “i giorni della tua vita”,il significato del versetto sarebbe stato quello “che il ricordo dell’Uscita dall’Egitto deve accompagnare l’uomo ebreo per il corso completo della sua vita terrena”, ma avendo aggiunto quel “tutti”, essa ha voluto specificare “tutti i cicli di tua vita”, tutti cioè quei periodi di tempo in cui avrai la vita.
In altre parole, “ogni qualvolta l’ebreo trascorra quel periodo di tempo che in termini umani è detto vita”, egli è tenuto a ricordare il suo esodo dal paese del Nilo, “perfino nel corso di quella vita che gli è riservata nei tempi messianici”.
Ciò premesso, è ben naturale ricercare, a titolo di “derash” festivo (tipo di lezione-ndr),quale sia il motivo che ha dato all’Uscita dall’Egitto tanta importanza e la ragione per cui esercitare un’influenza tale da compenetrare di sé l’Ebraismo in ogni sua mani9festazione.

Scontato il valore del fatto storico-politico in sé stesso, e cioè che Pesach ha dato al popolo ebraico quella libertà che gli ha consentito  di divenire quello che è divenuto; ammesso l’incontrovertibile  asserto che, senza Pesach, non avrebbero potuto aver luogo quegli eventi che le furono conseguenti  e che originarono le altre ricorrenze che li celebrano, l’elemento unico cui trarre la risposta al quesito  nostro è il concetto di indipendenza, libertà, nella sua più ampia accezione  e autonomo da ogni e qualsiasi ragione pertinente  alla religione e alla storia di Israele, elevato al grado di principio fondamentale dell’etica sociale.
Israele che, memore della promessa che Dio aveva fatto agli antichi Padri di liberare i loro discendenti dalla schiavitù che avrebbero sofferto in Egitto, Israele che aveva sopportato  per secoli pene materiali e morali in attesa dell’evento che gli avrebbe consentito di godere, meritatamente, il bene inestimabile della libertà e che, a prezzo di una durissima prova protrattasi per generazioni era pervenuto all’acquisizione dell’esperienza necessaria a comprenderne l’incomparabile valore, non avrebbe potuto intendere il senso e il fine di una legge che non fosse pervasa – nella lettera e nello spirito, nella teoria e nella prassi-di libertà.
Ciò, a nostro avviso,spiega anche il perché dinanzi al Sinai, all’atto solenne della promulgazione della Torà, Israele disse a Mosè “eseguiremo e poi ascolteremo”, come a dire : “le spiegazioni atte ad illustrarci questa Legge ce le darai in seguito”, ben sapendo che una legislazione generata dalla libertà non poteva contenere che norme fondate sulla libertà e accettabili in piena libertà di coscienza.

Giusto appunto quanto Dio gli aveva detto tramite il Legislatore : “Questa legge che io oggi ti prescrivo di osservare non è da te disgiunta o lontana; anzi, ti è molto vicina: è nella tua mente e nella tua bocca,perché tu la possa eseguire.”
Ecco perché la Torà, fondendo indissolubilmente i concetti di “libertà” e di “giustizia” in quanto dove non c’è libertà non c’è nemmeno giustizia, richiama incessantemente alla mente dell’uomo ebreo e al suo cuore l’idea della “libertà” e, in nome di essa, tutela l’orfano, la vedova, l’indigente,lo schiavo e il forestiero.
Se così non fosse, se l’ideale della libertà non impregnasse di sé la Torà, la Legge che con commovente, indefettibile, fedeltà i nostri padri ci hanno conservato e trasmesso come il nostro supremo bene, non avrebbe carattere d’eternità né potrebbe sopravvivere, intangibile, ai periodi in cui la libertà sia politica,sia sociale che religiosa si riduce a pura espressione verbale quando addirittura non viene soppressa.
E noi, ahi noi,di simili periodi, a tutt’oggi,ne abbiamo conosciuti anche troppi!
Di ciò perfettamente edotti,i nostro venerati Maestri, non solo non hanno trascurato occasione per sottolineare questo peculiare concetto della Torà, ma altresì ne hanno tratto il monito implicito che, ogni qualvolta ci si allontani da esso,si verifica “la negazione del principio fondamentale e basilare” della libertà e, in conseguenza,della Torà stessa che su di esso verte.
Monito grave per chi come noi è così sensibile alla libertà di coscienza,di fede e di ideali, ma nello stesso tempo, fervida esortazione alla fiducia in Colui che alla prima liberazione farà seguire quella finale preconizzata dai Profeti, se sapremo rimanere fedeli al principio millenario della libertà e vorremo mantenerlo vivo ed operante in noi.
Voglia Iddio concederci per molti anni di mostrarci come se fossimo usciti dall’Egitto, e nei nostri giorni si avveri il detto midrashico : “in Nissan furono redenti e in Nissan lo risaranno ancora”